Il tempo dell’inspirazione 

La prima azione che si compie fuori dall’utero materno è quella dell’inspirazione per ricordarci che bisogna ricevere, prima di poter donare veramente agli altri ciò che siamo, abbandonando l’idea che è necessario essere perfetti o avere una vita perfetta per poterlo fare, per poter entrare nell’intimità del cuore, del proprio e di quello altrui.

Quando siamo stanchi, esausti, sfiniti perché continuiamo a dare, dare e dare senza accorgercene, stiamo in realtà prendendo. Sì, prendendo approvazioni, consensi, conferme, antidoti ai nostri vuoti.

Per queste ragioni, è importante coltivare il silenzio, passioni, interessi e immergersi nella natura per poter ritornare a inspirare, a ricevere, come quando abbiamo visto la luce per la prima volta e dare così energia al corpo e al cuore.

Ed è nell’oscillare tra inspirazione ed espirazione che dobbiamo ricordarci, senza disperazione, che nella realtà in cui viviamo, l’espressione della dualità, degli opposti è inevitabile. Ad un’entrata corrisponde un’uscita, ad un fallimento un successo, ad un momento di alto uno basso, all’ombra la luce. Arrendersi con serenità a questa legge incontrovertibile può davvero sostenerci nella costruzione di nuovi  equilibri interiori. Credo che la sfida per ogni persona sia quella di non subire questa dualità nè di lasciarsi completamente sopraffare, ma di partecipare con compassione a questo gioco, limitandosi ad osservare, abbassando il volume della mente. Accettare, quindi, la transitorietà degli opposti, senza fretta, senza troppe aspettative e allungare sempre più i tempi dell’inspirazione. Riempire i polmoni e, poi, svuotarli.  

La completezza non è vagare in cerca di trasformazione, è accettare la dualità che mi appartiene come corpo in questo tempo di esistenza, è crescere accettando gli opposti che accompagnano la mia evoluzione fino al giorno in cui lascerò il corpo per ritornare uno.

Anonimo 

Far ciò significa imparare a non identificarci con nessuno dei due opposti, non rappresentarne veramente nessuno, non illuderci di avere il controllo su qualche aspetto della realtà.                                                                                            Se ci innamoreremo di un opposto, giudicheremo l’altro, separandoci dal presente, dal qui ed ora perché ne intralceremo il suo fluire. Finiremo allora per non accogliere i momenti di stallo perché li valuteremo come punizioni, solitudine, attese senza scopi anziché come necessari per far spazio a nuove consapevolezze. Oppure idealizzeremo i periodi buoni a tal punto da far dipendere da essi la nostra intera felicità.

E allora, quando qualcosa si ferma, impariamo a fermarci anche noi, forti della consapevolezza che poi ricominceremo a camminare. Fermiamoci, camminiamo, corriamo e poi rallentiamo seguendo il ritmo del presente, il battito del nostro cuore, del nostro vibrato. Inspiriamo e, poi espiriamo. Riempiamo e poi svuotiamo i nostri polmoni per essere sempre nuovi, sempre stupiti, sempre altro e non schiavi dei propri miti personali, incollati ai dettagli di fotografie che conosciamo a memoria.

Marika Lovecchio, Psicologa